Ora
le partite a calcetto tra amici devono essere proprio amichevoli. Basta
con panciuti atleti del martedì sera al circolo, impegnati in entrate
alla "Kannavaro". Chi ama il gioco "maschio" fuori
luogo, ora deve stare attento: la quarta sezione della Cassazione, legiferando
in merito a un caso nato una partita tra amici a calcetto, ha stabilito
che i giocatori devono tenere sotto controllo il loro “ardore agonistico”
perché il non farlo può diventare reato perseguibile penalmente.
Per le entrate palla o gamba non basta più l’amico arbitro, la punizione
può arrivare dal giudice e può essere molto più pesante di un calcio di
rigore. E per la Cassazione la schiappaggine non può essere un alibi.
Un amichevole deve essere un amichevole: senza calci.
Tutto nasce dalla conferma della condanna per lesioni colpose gravi inflitta
a Giovanni G., calciatore nella serie B di calcio a cinque, perchè con
una "entrata in scivolata di estrema irruenza e violenza"
aveva colpito l’avversario Giuseppe V. al ginocchio destro. La Corte di
Cassazione ha emesso una sentenza che secondo legge, fa giurispudenza,
insomma eventuali futuri casi analoghi dovranno tenerne conto. La corte
ha fissato che quando i giocatori disputano una partita amichevole "da
parte dei contendenti" è necessaria "particolare cautela
e prudenza per evitare il pregiudizio fisico per l’avversario e quindi
un maggior controllo dell’ardore agonistico".
Il fatto. Il succitato Giovanni C., giocatore, che aveva militato nella
serie B di calcio a cinque, durante un incontro amichevole nell’agosto
del ‘99 sulla sabbia, con dilettanti e amici che mai avevano giocato a
calcio, non controllando il suo ardore agonistico, aveva fatto una ‘entrata
in scivolata’ colpendo al ginocchio destro uno degli avversari. La Corte
d’appello di Palermo, due anni dopo, lo aveva condannato a 200 euro di
multa per lesioni colpose gravi. Il ‘colpevole’ dell’intervento, Giovanni
G., aveva fatto ricorso in Cassazione. La sua tesi era stata che "proprio
in quanto giocatore di sottocategoria" non sarebbe stato in
grado di compiere un intervento agile e controllato. Insomma la sua tesi
difensiva era che, potendo, non avrebbe fatto male all’avversario. Ma
non essendo un calciatore di livello, non era stato capace di ‘entrare’
come sarebbe stato giusto. La Corte ha invece respinto il ricorso, ribadendo
che quando si è davanti ad una "fattispecie sportiva consistita
in una esibizione-allenamento, e ad altra consistita in un incontro di
calcio tra dilettanti", è necessario che "da parte
dei contendenti" sia utilizzata "particolare cautela
e prudenza per evitare il pregiudizio fisico per l’avversario".
Il particolare non è da trascurare, perché il fatto che ci si riferisca
a un incontro di dilettanti potrebbe far giurisprudenza anche a livelli
più alti, anzi lì ci sarebbe l’aggravante che gli atleti in campo sarebbero
capaci di controlarsi. Cosa accadrà? Fin quando non avverrà un fatto analogo
con un altro ricorso e una sentenza che farà giurispudenza sostituendo
questa a livello dilettatistico si andrà avanti così. A livelli alti il
discorso è ovviamente diverso perché esiste la famosa 'clausola compromissoria’
per cui un professionista non potrebbe rivolgersi alla giustizia ordinaria
per un evento accaduto sul campo.
Potrebbe, le attuali vicende confermano esattamente il contrario.
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