Tra amici è reato farsi male
La Cassazione mette un freno ai dilettanti troppo "ardenti"
Alessandro Taddia

Ora le partite a calcetto tra amici devono essere proprio amichevoli. Basta con panciuti atleti del martedì sera al circolo, impegnati in entrate alla "Kannavaro". Chi ama il gioco "maschio" fuori luogo, ora deve stare attento: la quarta sezione della Cassazione, legiferando in merito a un caso nato una partita tra amici a calcetto, ha stabilito che i giocatori devono tenere sotto controllo il loro “ardore agonistico” perché il non farlo può diventare reato perseguibile penalmente.
Per le entrate palla o gamba non basta più l’amico arbitro, la punizione può arrivare dal giudice e può essere molto più pesante di un calcio di rigore. E per la Cassazione la schiappaggine non può essere un alibi. Un amichevole deve essere un amichevole: senza calci.
Tutto nasce dalla conferma della condanna per lesioni colpose gravi inflitta a Giovanni G., calciatore nella serie B di calcio a cinque, perchè con una "entrata in scivolata di estrema irruenza e violenza" aveva colpito l’avversario Giuseppe V. al ginocchio destro. La Corte di Cassazione ha emesso una sentenza che secondo legge, fa giurispudenza, insomma eventuali futuri casi analoghi dovranno tenerne conto. La corte ha fissato che quando i giocatori disputano una partita amichevole "da parte dei contendenti" è necessaria "particolare cautela e prudenza per evitare il pregiudizio fisico per l’avversario e quindi un maggior controllo dell’ardore agonistico".
Il fatto. Il succitato Giovanni C., giocatore, che aveva militato nella serie B di calcio a cinque, durante un incontro amichevole nell’agosto del ‘99 sulla sabbia, con dilettanti e amici che mai avevano giocato a calcio, non controllando il suo ardore agonistico, aveva fatto una ‘entrata in scivolata’ colpendo al ginocchio destro uno degli avversari. La Corte d’appello di Palermo, due anni dopo, lo aveva condannato a 200 euro di multa per lesioni colpose gravi. Il ‘colpevole’ dell’intervento, Giovanni G., aveva fatto ricorso in Cassazione. La sua tesi era stata che "proprio in quanto giocatore di sottocategoria" non sarebbe stato in grado di compiere un intervento agile e controllato. Insomma la sua tesi difensiva era che, potendo, non avrebbe fatto male all’avversario. Ma non essendo un calciatore di livello, non era stato capace di ‘entrare’ come sarebbe stato giusto. La Corte ha invece respinto il ricorso, ribadendo che quando si è davanti ad una "fattispecie sportiva consistita in una esibizione-allenamento, e ad altra consistita in un incontro di calcio tra dilettanti", è necessario che "da parte dei contendenti" sia utilizzata "particolare cautela e prudenza per evitare il pregiudizio fisico per l’avversario".
Il particolare non è da trascurare, perché il fatto che ci si riferisca a un incontro di dilettanti potrebbe far giurisprudenza anche a livelli più alti, anzi lì ci sarebbe l’aggravante che gli atleti in campo sarebbero capaci di controlarsi. Cosa accadrà? Fin quando non avverrà un fatto analogo con un altro ricorso e una sentenza che farà giurispudenza sostituendo questa a livello dilettatistico si andrà avanti così. A livelli alti il discorso è ovviamente diverso perché esiste la famosa 'clausola compromissoria’ per cui un professionista non potrebbe rivolgersi alla giustizia ordinaria per un evento accaduto sul campo.
Potrebbe, le attuali vicende confermano esattamente il contrario.