Sessanta:
queste le persone che in Italia, ogni giorno, finiscono sotto un'auto,
un camion o una moto. Di queste due perdono la vita e 58 vanno in ospedale.
Nella maggior parte - il 51% - dei casi poi non c'è nessuna responsabilità
da parte del pedone che da 30 anni a questa parte patisce un numero di
incidenti mortali in continua ascesa, con un'impressionante impennata
nell'ultimo periodo. Basti dire che nel 2000 i pedoni rappresentavano
il 12,7% delle vittime totali da incidenti stradali e che 2006 hanno raggiunto
un impressionante 13,4%. Traducendo in numeri queste percentuali significa
che fra i pedoni nel 2006 ci sono stati 758 morti, 55 in più rispetto
all'anno precedente, con un incremento del 7,8%. Insomma una strage, che
assume aspetti preoccupanti perché andando ad analizzare i dati nel dettaglio
si scopre che la maggior parte di queste vittime (55%) sono anziani (da
65 anni in su) e che sono in preoccupante crescita i casi che coinvolgono
i bambini: nel 2006 sono stati 40 i piccoli travolti e uccisi da auto
e moto, con un incremento del 60% rispetto allo scorso anno. Non solo:
senza voler usare toni allarmistici, è chiaro che ci troviamo di fronte
a una vera e propria emergenza perché in 10 anni gli 8000 pedoni morti
e i 170 mila feriti vanno poi raffrontati con il fatto che i decessi totali
da incidenti stradali - sempre negli ultimi 10 anni - sono diminuiti del
4,7% e i feriti del 2,7%. Il problema però è doppio: i pedoni sono l'anello
debole del sistema trasporti anche dal punto di vista culturale, nel senso
che solo negli ultimi anni si è iniziato a parlare di sicurezza per chi
va a piedi, dopo almeno mezzo secolo di studi e ricerche su come salvare
la pelle a chi viaggiava dietro un volante. Si è arrivati così alla provocazione
choc a Bologna dello scorso dicembre, quando sono state esposte sul selciato
di Piazza Maggiore 36 sagome bianche - come quelle che con il gesso si
tracciano i poliziotti sull'asfalto dopo gli omicidi - per rappresentare
le persone morte nel 2006 sulle strade del solo comune di Bologna. Ma
si è trattato di un evento isolato e ancora c'è molto da fare per scuotere
le coscienze: le nostre città sono piene di trappole per chi va a piedi.
Il campionario è vario: si va dalle strisce pedonali ormai logorate ai
semafori con i tempi di attraversamento sbagliati, dalle auto alle scooter
parcheggiate sui marciapiedi agli autobus che effettuano le fermate in
mezzo alla strada. Qualcosa, certo, si muove sul fronte della tecnologia:
le recenti omologazioni prevedono anche le prove di crash- con il cosiddetto
"urto-pedone". Così i costruttori hanno iniziato a progettare auto che
riescono a far sì che il pedone investito batta la testa al centro del
cofano, reso "morbido" da una maggiore distanza dal motore e - in alcuni
casi - da un sistema tipo airbag che fa esplodere verso l'altro il cofano
motore in modo da far atterrare il pedone investito su una superficie
metallica meno rigida del solito. E sono anche già in vendita mascherine
(le Frontal Protection System) protettive di gomma da montare sul muso
dei Suv che riducono la forza della collisione del 50 per cento. In tutti
i casi - tecnologia o no - è inutile illudersi perché le statistiche parlano
chiaro: un pedone investito a 30 km orari ha solo il 50% di possibilità
di sopravvivere. Il 10% se travolto a 50 km orari. Oltre i 60 km orari
non ha speranza. Cosa fare? "I consigli - spiegano all'Asaps,
associazione amici polizia stradale - sono sempre i soliti: le strisce
pedonali devono essere rese ancora più evidenti e corredate di strutture
protettive con segnaletica orizzontale e verticale adeguate, e, quando
è possibile, dei sottopassaggi. Di notte e quando c'è maltempo rendersi
il più possibile visibili con indumenti chiari e retroriflettenti".
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